La globalizzazione e lo tsunami

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La globalizzazione è la caratteristica predominante della nostra epoca. Con essa s'intende quel fenomeno economico, culturale e tecnologico che facilita il passaggio dai mercati nazionali a quelli mondiali. Questo fenomeno è dovuto a vari fattori, ad esempio la riduzione dei vincoli protezionistici e normativi, l'evoluzione della tecnologia dell'informazione, l'espansione dei servizi nell'economia e la incredibile velocitá dei trasporti.
Le cause e effetti della globalizzazione sono innumerevoli, tra i quali è da segnalare una esplosione demografica planetaria mai vista. Nell’ultimo secolo la popolazione del nostro pianeta è aumentata di oltre 7 volte. Secondo il sito online: World Population Clock, quest’anno il pianeta ha raggiunto i 7 miliardi e 350 milione di esseri umani

La possibilitá di viaggiare in aereo è sia effetto e causa della globalizzazione. Il magazine Air&space segnala che nel 2016 quasi 8 miliardi di persone hanno coperto grandi distanze volando.

Le distanze si sono accorciate, miliardi di persone e cose si spostano, coprendo distanze, un secolo fa inimmaginabili. Incredibilmente prodotti e servizi sono ordinabili e reperibili in quasi tutto il pianeta in tempi estremamente brevi. Ogni informazione pubblicata è scontatamente accessibile in ogni parte del mondo in ogni smartphone.

Nell'era della globalizzazione, l’informazione e soprattutto intrattenimento. Mediamente in Italia, secondo un articolo del quotidiano la Stampa, si usa lo smartphone 48 volte in 24 ore, tra i giovani fino a 200 volte. Tutta informazione disponibile in pochissimi istanti, un marasma di parole che portano altrettanto emozioni associate. Siamo coinvolti da notizie, inondati di video e immagini. Procurando intense emozionalitá, una frammentazione cognitiva e infine la consequence apatia.

Tutto questo eccesso di informazione, è chiaro che non culturizza.Logicamente potremmo dedurre che condiziona con dei modelli di proiezione tipica di un ristretto gruppo al momento dominante:

Inoltre la variegata cultura locale si omogeneizza sotto la pressione una irresistibile desiderio al consumo di beni virtuali. Mutando inesorabilmente il rapporto con la natura, che diventa astratta e virtuale.

Sembrerebbe nella globalizzazione siamo come turisti, ogni luogo è raggiungibile con superficiale semplicitá. Viaggiando possiamo confrontarsi con realtá inaspettate, facciamo con estrema velocitá coscienza di ogni meraviglioso esoterismo ma anche di inimmaginabile sofferenza che prende atto in diversi luoghi del pianeta. E´ soprattutto il dolore di altre esseri viventi che caratterizza l’intrattenimento dell'informazione globale. Luoghi e immagini rievocano ai nostri sensi, quelle realtá di terrore della memoria collettiva, che assimilate in grandi dosi attivano le piú profonde paure.
Circa un mese fa, ho avuto il mio privilegio di godere di vivere in un mondo globalizzato. Acquistando per la prima volta un viaggio on line con destinazione non definita, una vacanza di due settimane in Thailandia. Alternativa alla notte invernale finlandese, una ricarica di sole e calore, un salto ai tropici per poter rigenerare quella vitalitá che il freddo e il continuo buio della Finlandia svilisce.

Facilmente raggiungibile con dieci ore di volo da Helsinki. Ci siamo ritrovati con mia moglie in Thailandia. All’avventura si aggiungeva sapore, quella insicurezza di non sapere dove avremmo dormito nella successive due settimane.Ma dopo una notte insonne seduti in aereo, un operatore della compagnia di viaggi,ci comunicava sorridendo che l’albergo si trovava a circa due ore di autobus a nord dell'aeroporto di Phuket. Nel ridente villaggio Ban Bang Niang ubicato nell'incantevole regione di Khao Lak sulla costa del Mare delle Andamane.

Dopo aver riposato in albergo e recuperato le energie,ecco la sorpresa: Leggendo sullo smartphone apprendiamo che la regione di Khao Lak, fu la più colpita dallo tsunami del 2004. Una catastrofe unica nella storia moderna documentata, causó di un enorme numero di vittime.

Da spensierati turisti ci siamo trovati a confrontarci con la memoria mediatica di un cataclisma planetario, diffuso globalmente dai social media e altrettanto velocemente dimenticato nella profonditá della memoria collettiva.

Nei primi giorni di vacanza avevamo notato nel villaggio, numerosi musei dedicati allo Tsunami. Seguendo la nostra curiositá turistica abbiamo cominciato ingenuamente a porre domande.Gli abitanti del villaggio evitavano di rispondere con loro spontanea cortesia e delicatezza.

Preso atto della locale omertá, diffusa e premeditata, imparavamo e diventiamo coscienti che eravamo considerati solamente turisti di passaggio.

Una sensazione mi pervade, una insanabile pigra presunzione,credo alimentata dalla incessante e frammentata informazione che assimilare passivamente ogni giorno. Alimentata da ogni possibile e diffuso wi-fi che dava vita al il mio smartphone. Del quale non posso piú fare a meno. Inevitabilmente una crisi di coscienza da vacanza invadeva i miei pensieri. Il senso di disagio mi obbligava ad affrontare un esame di coscienza e cercare una via per espiare a quella mia ignorante attitudine da turista occidentale.

Ho cominciato ad affrontare lo tsunami, leggendo gli articoli disponibili in internet e i pochi depliant disponibili, con discrezione osservavo gli abitanti di Ban Bang Niang.

Girovagando sul litorale, mi indemesimavo con naturalezza nelle vesti di un turista che nel Natale del 2004, mi godevo quel relax innaturale che solo una spiaggia magnifica di Khao Lak offriva . Era il giorno di San Stefano, una assolata tarda mattina durante la quale lo tsunami ha fatto la sua improvvisa comparsa.

Le attivitá del villaggio erano avviate fin dall’alba, i preparativi dell’attesissimo incontro di boxe thailandese,lo sport nazionale. Migliaia di turisti, tra cui moltissimi bambini concludevano la colazione, molti osservavano il fantastico azzurro del mare. Alle ore 10:26 improvvisamente le acque marine inspiegabilmente si ritirano, lasciando centinaia di metri di fondo marino visibile. Moltissimi occhi sorpresi giudicavano come una eccezionale bassa marea.

I visi di migliaia di turisti osservavano allibiti le pozze d'acqua rimaste sul fondo scoperto. Dopo alcuni minuti di innaturale silenzio, una prima onda di 5 metri spazzava via i curiosi che si aggiravano sulla battigia, tra cui alcuni abitanti del villaggio che raccoglievano i grossi pesci boccheggianti per i loro ristoranti.

Il mare improvvisamente invadeva con violenza inaudita le strade di Ban Bang Niang.

I viali diventano in pochi istanti fiumi in piena, una forza inarrestabile trascinava auto, pescherecci. Ogni sorta di oggetto spinto verso la giungla,compresi molti turisti aggrappati disperatamente a qualsiasi cosa che potesse galleggiare,per sopravvivere .

Un evento mai ricordato, mai raccontato prima, così reale e devastante.I sopravvissuti trovarono riparo nei pochi edifici più alti. L’onda si spinge nell’entroterra per alcuni chilometri, portando nella giungla i cadaveri degli annegati e ogni genere di manufatto tra cui anche una nave militare della guardia costiera Thailandese.

Dopo qualche ora, nuovamente le acque cominciarono a ritirarsi. Improvvisamente un’altra onda di tsunami, questa volta alta oltre dieci metri. Colpiva implacabilmente il giá devastato villaggio. Spazzando via anche i primi soccorsi.

Gli ultimi superstiti cercano scampo aggrappandosi ai pali della luce, i piú prudenti rimanevano al riparo nei pochi hotel, protetti dal cemento armato degli edifici.

Lo tsunami colpiva migliaia di chilometri di coste,anche a 4.500 km di distanza dall'epicentro del sisma. Devastando le regioni costiere dell'Indonesia, dello Sri Lanka, dell'India, della Thailandia, della Birmania, del Bangladesh, delle Maldive giungendo a colpire le coste della Somalia e del Kenya.Si stima che 250.000 persone siano morte in quegli eventi, di cui circa un terzo bambini.

Nella piccola regione di Khao Lak furono oltre 6000 persone a perdere la vita, delle quali 3000 persone disperse.

Durante il giorno seguente della catastrofe, le autoritá e i soccorsi, impreparate ad affrontare una così enorme quantitá di vittime, ebbero l’importante aiuto dei monaci buddisti dei monasteri e templi,numerosi nella regione. I numerosi corpi di bambini, donne e uomini, dopo 24 ore giá in decomposizione, causa il caldo tropicale. Vennero raccolti e trasportati nei vicini templi.Dove le autoritá organizzarono le necessarie infrastrutture per la conversazione e la identificazione delle vittime di oltre 60 nazionalitá.

I monaci organizzarono un supporto alle vittime e ai famigliari indifferentemente della nazionalitá e religione.

L’aiuto dei bonzi si dimostrava tempestivo e determinante nell’affrontare la crisi umanitaria di vaste proporzioni. Il buddhismo ortodosso thailandese, con i suoi mezzi modesti, ha dato quel indispensabile sostegno. Un supporto logistico e un sostegno spirituale praticato secondo un protocollo esercitato da migliaia di anni. Ogni monaco non può’ esonerarsi nell'aiutare ogni anima dei defunti, visto il forte credo animistica thailandese che ogni spirito è parte integrante del mondo dei vivi, il mondo dell’invisibile influenza direttamente il mondo visibile dei vivi. Il sincretismo naturalistico dei monaci di Khao Lak dava un supporto non solo ospedaliero, ma anche un aiuto spirituale, forte della cultura millenaria atta ad affrontare il trapasso violento di bambini e famiglie.

Un legame profondo del buddismo thailandese con la natura, offrendo l’affrancamento del simbolismo di gesti e rituali buddisti, che raccontano il viaggio dell’anima anche dopo la morte.

Il buddismo è quotidianamente praticato in Thailandia da oltre il 90 % della popolazione, vive e si sviluppa in sincretismo con la cultura animista locale. Da secoli tollerante nei confronti delle grandi religioni monoteiste presenti nella regione.

La conferma la ebbi parlando con la giovane direttrice dell’albergo in cui alloggiavamo. Inizialmente esitava a rispondere alle mie domande, ha poi con discrezione confessato il suo vivo dolore. Affermava che solo i monaci l’hanno aiutata. Con la frequentazione quotidiana, i numerosi rituali e preghiere, la naturale disciplina della meditazione, hanno alleviato lo strazio della perdita della madre e di altri membri della famiglia.

La mie personale inquietudine era affrancata dalla spiegazione della giovane direttrice. Un personale senso di disorientamento e paura cominciavano a elevarsi a beneficiare delle testimonianze raccolte. Ma lo tsunami emerge dentro me, attivando quella emozionalitá narcotizzata dal frettoloso e astratto modus vivendi finlandese.

Un desiderio di affrontare la spiritualitá come quotidianitá, sollevare almeno per un momento da quella materialistica societá occidentale. Una ricca e colorata cosmogonia buddista raccontava le cause e effetti dello tsunami.Intuivo la nostra umanitá occidentale, cinica e arrivista raccoglie attivamente quel karma negativo.Un occidente carente di consapevolezza il quale si procura attivamente quella sofferenza intollerante,poi illusoriamente oggetto di rimozione da parte dell’ego della cultura occidentale.

Il nostro viaggio turistico diventó un percorso di studio,cominciai ad esercitare la pratica del sorriso e del saluto emulando la diffusa attitudine e spiritualitá degli abitanti di Ban Bang Niang.Atto ad accogliere il buon kharma.

Ogni tanto, i nostri occhi scrutavano con inquietudine l’orizzonte dell’oceano indiano, come per scorgere il bianco di qualche onda distruttrice. Un leggero disagio ci obbligava a essere maggiormente cauti e concentrati sul presente, aiutati dai meravigliosi colori della natura di Khao lak.

In viaggio avevo con me un libro, scritto dal famoso giornalista Tiziano Terzani dal titolo ”Un indovino mi disse”, mi accompagnava nella riflessione. Parole scritte, frutto dell’esperienza di trentanni di lavoro come corrispondente dall’Asia per le maggiori giornali giornali europei.

Tiziano Terzani profondo conoscitore della cultura tailandese e asiatica nelle sue parole scritte affermava che una volta accettato anche la disperazione e il dolore, come tutto il resto, era passeggero, il grande passo era fatto.E si può’ diventare piú consapevoli e piú liberi.

Quell'esperienza rafforzò l’ipotesi: che la fede nella scienza materialistica aveva tagliato fuori noi occidentali da un interessante bagaglio di conoscenza millenario. Avevamo imboccato l'autostrada del sapere scientifico e avevamo dimenticato tutti gli altri sentieri che un tempo, certo anche noi, conoscevamo.

Qui era la prova, il dolore e la disperazione non sono soltanto un fenomeno fisico da mettere sotto controllo con una pastiglia prodotta, distribuita e consumata globalmente da una delle tante multinazionali.
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